sabato 28 novembre 2015

Exodus


Anno: 2014
Regia: Ridley Scott
Cast: Christian Bale, Joel Edgerton, Aaron Paul, John Turturro, Ben Kingsley, Sigourney Weaver

Strana carriera quella di Sir Ridley Scott. Il regista inglese ha esordito con un botto clamoroso a fine anni '70, con il cult I duellanti prima e un caposaldo della fantascienza moderna come Alien poi. Nel 1982 Scott ha poi girato quello che, a detta di scrive, è il suo capolavoro: Blade Runner, uno splendido noir sci-fi tratto dal racconto di Philip K. Dick che influenza ancora oggi il cinema fantascientifico.
Dagli anni '80 agli anni 2000 il buon Ridley è andato avanti tra (pochi) alti e (molti) bassi, sia a livello qualitativo che commerciale. Nonostante la rinascita con Il Gladiatore, Scott non si è ripreso completamente pur girando qualche ottima pellicola come Black Hawk Down American Ganster. Spesso, soprattutto negli ultimi anni, il regista si è limitato al "compitino": lavori sufficienti, da onesto mestierante, che però non ci si aspetta da un (ex?) visionario come Scott.
Ed Exodus, purtroppo, appartiene a questo categoria.
Scott propone l'ennesima trasposizione cinematografica del Libro dell'Esodo presentando subito un Mosè adulto a fianco del fratello acquisito Ramses II, figlio del faraone Seti.
In mezzo a una scenografia che ricrea piuttosto bene l'antico Egitto, la parte iniziale del film risulta essere piuttosto imbolsita tra dialoghi piatti e diversi attori poco in parte. In primis, Joel Edgerton, nonostante abbia indubbie qualità, non riesce a dare il giusto spessore a un personaggio a Ramses. L'intento di Scott è sicuramente quello di far risaltare il confronto con il ben più deciso Mosè (apprezzato anche da Seti), ma questa mancanza di profondità in Ramses si farà sentire soprattutto quando questi compirà le azioni spietati nella fase finale del film.
Il resto del cast viene utilizzato pochissimo nonostante l'ampio talento a disposizione, da Aaron Paul (yeah bitch) a Ben Kinglsey, passando per John Turturro (inguardabile con testa rasata e trucco) e Sigourney Weaver (che appare in mezza scena).
Tutti questi fattori contribuiscono a una prima metà di film a dir poco claudicante, con un ritmo lento che non contribuisce per nulla a rendere la giusta ed epica atmosfera che si addice a un racconto biblico.



Fortunatamente la situazione migliora nella seconda parte della pellicola, quando Mosè viene esiliato da Ramses dopo che questi ne ha scoperto le origini ebree. Bale è ottimo a dare al profetico protagonista una connotazione umana (e anche un po' badass), soprattutto durante il suo travagliato periodo nel deserto e poi nel villaggio in cui troverà moglie. Un'altro punto a favore del film è la rappresentazione di Dio che, accanto al canonico rovo incendiato, appare come un bambino: una scelta convincente, che ci mostra la divinità con un tono quasi capriccioso e vendicativo (in linea con le piaghe con cui punirà gli egiziani).
Mosè, dopo l'incontro con Dio, torna dunque in Egitto e negozia con Ramses la liberazione degli ebrei. Ma il faraone è ovviamente inamovibile. Per fargli cambiare idea ci vorranno una sanguinaria rivolta degli ebrei e le terribili piaghe, rappresentate in modo piuttosto violento e convincente (oltre ad avere una sorta di spiegazione scientifica). 



Le sequenze finali del film vedono gli egiziani, guidati da un Ramses pentitosi di aver liberato gli Ebrei, all'inseguimento degli ex schiavi. Arriva dunque l'immancabile divisione del Mar Rosso (in questo caso meno convincente con l'uso di CGI), che salva gli Ebrei e distrugge l'armata del faraone. Inizia così la lunghissima peregrinazione attraverso il deserto del Sinai, fino alla Terra Promessa.
Dalla spiegazione delle piaghe e della divisone delle acqua (causata da uno tsunami) è evidente l'impostazione quasi-agnostica di Scott. Un approccio interessante, così come l'abbastanza convincente seconda parte del film, che però non bastano a riscattare un kolossal biblico troppo scialbo per durare ben 150 minuti.
Si tratta (purtroppo) dell'ennesimo capitolo dello Scott moderno, senza il giusto mordente e non in grado di appassionare.
Ridley, sappiamo che puoi fare di meglio. The Martian, uscito quest'anno, è lì a dimostrarlo. La speranza è che nei prossimi (annunciati) sequel di Prometheus il regista confermi di aver definitivamente trovato l'antica verve.

La dedica finale è al fratello Tony Scott, che si è tragicamente tolto la vita nel 2012.

Voto: 5,5

Ant-Man


Anno: 2015
Regia: Peyton Reed
Cast: Paul Rudd, Evangeline Lilly, Michael Douglas, Corey Stoll, Michael Pena, Bobby Cannavale

Ant-Man è il film più piccolo del Marvel Cinematic Universe. In tutti i sensi. A partire del protagonista, Scott Lang, che si ritrova un uomo in grado di ridursi alle dimensioni di una formica. Ma Ant-Man è anche il film con il più basso budget del MCU (pienamente ripagato dagli ottimi incassi) e il film più "piccolo" nelle intenzioni. Siamo stati abituati dalla Marvel a vedere battaglie decisive per il destino della Terra tra i grattacieli di New York, costantemente sospese tra l'epica e la baracconata, tra effettoni speciali roboanti e supereroi gradassi. Invece l'obiettivo microscopico di Ant-Man è diretto molto più in basso, puntando a una storia leggera e intima come non se ne vedevano da tempo in casa Marvel.
Da non-lettore di fumetti, mi aspettavo che i toni del film fossero questi: parrebbe difficile, infatti, rende un uomo-formica protagonista di una vicenda "dark" e seriosa.
Lo stesso deve aver pensato la Marvel, che ha chiamato quel geniaccio di Edgar Wright (a cui dobbiamo la Trilogia del Cornetto e Scott Pilgrim) a dirigere e scrivere, insieme all'amico Joe Cornish (Attack the Block), la storia di Ant-Man.
Nel 2014, però, Wright ha lasciato la regia per divergenze creative con la produzione, pur rimanendo accreditato insieme a Cornish per la sceneggiatura. A sostituirlo dietro la macchina da presa è arrivato Peyton Reed, mentre Adam McKay e Paul Rudd hanno lavorato sulla sceneggiatura.


Oltre al dispiacere per un regista che adoro come Wright, è evidente che il film risente di questa produzione travagliata. La mano dell'autore di Shaun of the Dead e Hot Fuzz è ben visibile nelle sequenze più umoristiche del film, sia a grandezza naturale sia microscopica (lo scontro finale in mezzo al trenino giocattolo, tipico esempio della "visual comedy" di Wright).
Ma l'obiettivo microscopico di Ant-Man risulta evidentemente anche un'arma a doppio taglio, soprattutto per quanto riguarda la parte del film che dovrebbe comunque avere toni più seri: le intenzioni del villain. Corey Stoll (il Pete Russo di House of Cards) è all'altezza del compito, al contrario della sceneggiatura che presente qualche buco di troppo e non sembra creare azioni e motivazioni convincenti intorno al cattivo di turno.
Non tutte le sequenza d'azione, inoltre, sembrano funzionare alla perfezione, rischiando di sfociare nel (troppo) ridicolo in alcuni casi. In questi casi il rimpianto per l'abbandono di Wright si fa sentire.
E, tornando alle "divergenze creative" con la produzione, pare che il regista di Shaun of the Dead non volesse pagare il canonico tributo al MCU inserendo scene di collegamento con le altre pellicole (oltre all'ormai immancabile scena nei post-credits). Il tutto per promuovere ovviamente il prossimo attesissimo Civil War. Quindi non possiamo che dare ragione a Wright anche in questo caso, anche perchè lo scontro con Falcon risultato piuttosto forzato e distaccato dallo stile del film.


Ant-Man svolge piuttosto bene il proprio lavoro regalandoci per una volta una vicenda piccola (appunto), che porta un po' di freschezza nel MCU dopo il fracassone e in parte deludente Age of Ultron.  Ant-Man, interpretato da un convincente e affabile Paul Rudd, non deve salvare il mondo ma "solo" impedire le intenzioni criminali-militari di un industriale megalomane. Ma soprattutto deve salvare se stesso, provando a riconquistarsi l'affetto della figlia. 
Ant-Man punta a un obiettivo microscopico, quasi modesto, raggiungendolo nonostante qualche passo. Non resta che chiedersi: cosa sarebbe potuto essere questo film con Edgar Wright dietro la macchina da presa? Probabilmente l'ennesimo gioiello della carriera del regista inglese.
Con Wright epurato, ci si deve "accontentare" di un film che ha comunque un bel sapore di leggerezza e di intimità: due qualità a volte sacrificate sull'altare Marvel in favore di battaglie supereroistiche tanto esplosive visivamente quanto fredde emotivamente.

Voto: 6,5

Mission: Impossible - Rogue Nation



Anno: 2015
Regia: Christopher McQuarrie
Cast: Tom Cruise, Rebecca Ferguson, Jeremy Renner, Simon Pegg, Ving Rhames, Alec Baldwin, Sean Harris

Tom Cruise È Mission: Impossible. E Mission: Impossible È Tom Cruise.
Nel 1996, nel pieno della sua carriera, Cruise scelse Brian De Palma per dirigere l'adattamento cinematografico dell'omonima serie TV andata in onda in USA a cavallo tra gli anni '60 e gli anni '70. Il primo Mission: Impossible lanciò definitivamente il buon Tom ai piani altissimi di Hollywood e fruttò al troppo bistrattato maestro De Palma il maggior incasso della sua carriera. E rimane, a parere di chi scrive, il migliore film della serie.
Oggi, a vent'anni di distanza e dopo altri tre seguiti più (M:I: III, Ghost Protocol) o meno (M:I II) riusciti, il franchise è arrivato al quinto capitolo. Cruise, grazie soprattutto a questa serie, ha cementato la sua legacy come una delle action star di maggior successo della storia del cinema entrando nell'immaginario collettivo tanto quanto il Bruce Willis di Die Hard.
E il successo, di Cruise e di Mission: Impossible, non intende fermarsi. Chiaro, Cruise ha partecipato anche ad altri film di successo e anche di un più elevato spessore autoriale (Magnolia, Eyes Wide Shut, Minority ReportCollateral).
Ma è proprio Mission: Impossible ad avergli conferito definitivamente successo e riconoscibilità a livello mondiale, oltre ai guadagni economici astronomici (per Forbes è il sesto attore più pagato al mondo con 40 milioni di dollari nel 2015).


Cruise non ha mancato di far parlare di sè con apparizioni televisive quantomeno bizzarre (i famosi salti sul divano di Oprah) o le controversie legate alla sua associazione con Scientology.
Ma Tom è sempre rimasto lì, al top di Hollywood, macinando successo dopo successo. Scena d'azione dopo scena d'azione, facendo sostituire il meno possibile dagli stuntmen (sì, anche nella scena nella foto soprastante).
Quindi com'è questo Rogue Nation? Proprio come il precedente Ghost Protocol, è un blockbuster estivo che soddisfa perfettamente le premesse della vigilia. Azione a perdifiato, uno sforzo di materia grigia non così necessario per lo spettatore, sequenze altamente spettacolari e visivamente impressionanti: tanto divertimento estivo e non troppo cervellotico (anzi).
E c'è tanto Tom Cruise. Troppo, forse. Il cast di supporto è piuttosto ampio e talentuoso, dalla new entry Rebecca Ferguson alle vecchie conoscenze come Simon Pegg, Jeremy Renner e Ving Rhames. Ma è Tom a dominare la scena. Il film, come tutto il franchise, è nelle sue mani ed è l'ennesima occasione per mettersi in mostra (a partire dall'ormai celebre stunt di Cruise aggrappato all'aereo) e ricordare chi è la vera action star dell'era moderna.


Dunque si sarebbe potuto sfruttare di più il supporting cast (oltre alla brava e affascinante Ferguson), a partire da quel Simon Pegg che nel terzo e quarto capitolo aveva portato un'aria di freschezza non da poco ma che qui viene spesso relegato in secondo piano. Così come Renner e Rhames, che appaiono solo per qualche scena dal gusto comedy usata per spezzare l'azione.
Si sarebbe potuto lavorare meglio su un villain non troppo convincente, nonostante il solito piano megalomane e diabolico che minaccio il mondo intero. 
Ma Rogue Nation, come il resto della serie, è questo: prendere o lasciare. Intrattenimento puro, divertimento da godersi spegnendo il cervello, azione over-the-top, senza aggiunte significative o passi in avanti per un franchise che funziona benissimo così com'è. Non chiedete più di questo a Tom e a Mission: Impossible.

Voto: 6,5


Inside Out


Anno: 2015
Regia: Pete Docter & Ronaldo Del Carmen
Doppiatori originali: Amy Poehler, Phyllis Smith, Lewis Black, Bill Hader, Mindy Kaling, Diane Lane, Kyle MacLachlan, Richard Kind

Quando si tratta di giocare con le emozioni del pubblico, sono in pochi ad avere eguali con la cara vecchia Pixar. Già Toy Story, il primo lungometraggio firmato Pixar, nel 1995 rappresentò uno dei massimi punti dell'animazione moderna. Al di là del lato tecnico (impressionante per l'epoca), la grandezza della pellicola era quella di raccontare una storia valida sia per il pubblico più giovane che per quello più adulto. Di fatto Toy Story era una meravigliosa storia sulla crescita, sul passaggio dall'infanzia all'adolescenza, distaccandosi metaforicamente dai giocattoli come Woody e Buzz.
Ebbene, a distanza di vent'anni, la Pixar confeziona un film in grado di emozionare come e più dell'originale Toy Story.
Inside Out è diretto da Pete Docter, a cui dobbiamo due pezzi da novanta come Monsters & Co. e Up, e ha letteralmente delle emozioni come protagonisti. Gioia, tristezza, rabbia, disgusto e paura gestiscono una console all'interno della mente della "reale" protagonista Riley. Le emozioni interagiscono tra loro e in alcuni casi una di esse prende il sopravvento, a seconda dell'evento che sta vivendo la bambina. Riley, raggiunti gli 11 anni, è costretta ad abbandonare il nativo e rurale Minnesota per trasferirsi a San Francisco per gli impegni lavorativi del padre.
La situazione peggiora: Riley, e quindi le sue emozioni, vedono tutto in modo tremendamente negativo. Solo l'affetto dei genitori e gli impulsi ottimistici di Gioia salveranno la situazione dal precipitare ulteriormente. Incombe però Tristezza, che rende blue i ricordi d'infanzia legati al Minnesota complicando l'ambientamento di Riley in una metropoli così grande e minacciosa. In seguito al tracollo emotivo durante il quale Riley piange in classe (una delle peggiori esperienze ever per un bambino), il caos nella mente porta Gioia e Tristezza a separarsi dal resto delle emozioni. Dovranno passare attraverso il labirinto della Memoria a lungo termine per tornare alla console, mentre i loro tre "colleghi" non sembrano in grado di gestire al meglio la vita di Riley.


Inizia così un'avventura mentale che coinvolge Gioia e Tristezza, mostrandoci tutta la potenza immaginifica della Pixar nel rappresentare la mente umana: la già citata Memoria, il Pensiero Astratto, i sogni e il vecchio amico immaginario di Riley. Quest'ultimo, Bing Bong, avrà un ruolo fondamentale nell'aiutare le due emozioni a tornare alla console per aiutare Riley. La situazione della bambina intanto continua a peggiorare. Nascono i primi conflitti con i genitori e Riley tende ad isolarsi e a cercare una soluzione lontano dalla famiglia, progettando addirittura una fuga da casa. Il tutto sempre ben simboleggiato dalle animazioni Pixar: le isole della Personalità crollano e la console emotiva si spegne. Riley è ormai apatica. Ma grazie all'estremo sacrificio di Bing Bong (indubbiamente il momento più strappalacrime del film), Gioia e Tristezza riescono a tornare alla base. Sarà Gioia a capire come salvare la situazione, riconoscendo a Tristezza la giusta importanza e lasciandole rendere blue tutti i ricordi base di Riley. La bambina abbandona così il progetto di fuga, sfogandosi emotivamente e piangendo davanti ai genitori. L'affetto dei cari è la cura definitiva per la Riley, che è ormai è davvero cresciuta.


Inside Out racconta un processo, una fase della vita che tutti abbiamo attraversato. Le insicurezze, le paure (di una nuova città, di una nuova scuola, di perdere chi si ama) possono sembrare ostacoli altissimi da superare. Ma questi non sono affatto insormontabili: vanno affrontati direttamente, senza fuggire, senza trattenere le emozioni e provare a isolarsi. Nascondere se stessi e le proprie emozioni è un grave errore e, quando ne capiamo l'importanza, possiamo dire di essere cresciuti. Anche al costo di sacrificare definitivamente e malinconicamente l'innocenza tipica dei bambini. Infatti il film si chiude ovviamente con una nota positiva, con Riley ormai adolescente e in grado di affrontare la vita, ma ci sarà sempre la mano di Tristezza a creare un alone un po' bluePerchè in Inside Out si ride (in alcuni casi tanto) ma il senso di malinconia che si prova è continuo, soprattutto per chi ha già superato il confine tra infanzia e adolescenza. Per chi è già stato costretto ad abbandonare Bing Bong. Ecco perchè nella parte finale la Tristezza nella nostra mente renderà quasi impossibile trattenere le lacrime. Quindi perchè farlo?

Voto: 9