sabato 28 novembre 2015

Exodus


Anno: 2014
Regia: Ridley Scott
Cast: Christian Bale, Joel Edgerton, Aaron Paul, John Turturro, Ben Kingsley, Sigourney Weaver

Strana carriera quella di Sir Ridley Scott. Il regista inglese ha esordito con un botto clamoroso a fine anni '70, con il cult I duellanti prima e un caposaldo della fantascienza moderna come Alien poi. Nel 1982 Scott ha poi girato quello che, a detta di scrive, è il suo capolavoro: Blade Runner, uno splendido noir sci-fi tratto dal racconto di Philip K. Dick che influenza ancora oggi il cinema fantascientifico.
Dagli anni '80 agli anni 2000 il buon Ridley è andato avanti tra (pochi) alti e (molti) bassi, sia a livello qualitativo che commerciale. Nonostante la rinascita con Il Gladiatore, Scott non si è ripreso completamente pur girando qualche ottima pellicola come Black Hawk Down American Ganster. Spesso, soprattutto negli ultimi anni, il regista si è limitato al "compitino": lavori sufficienti, da onesto mestierante, che però non ci si aspetta da un (ex?) visionario come Scott.
Ed Exodus, purtroppo, appartiene a questo categoria.
Scott propone l'ennesima trasposizione cinematografica del Libro dell'Esodo presentando subito un Mosè adulto a fianco del fratello acquisito Ramses II, figlio del faraone Seti.
In mezzo a una scenografia che ricrea piuttosto bene l'antico Egitto, la parte iniziale del film risulta essere piuttosto imbolsita tra dialoghi piatti e diversi attori poco in parte. In primis, Joel Edgerton, nonostante abbia indubbie qualità, non riesce a dare il giusto spessore a un personaggio a Ramses. L'intento di Scott è sicuramente quello di far risaltare il confronto con il ben più deciso Mosè (apprezzato anche da Seti), ma questa mancanza di profondità in Ramses si farà sentire soprattutto quando questi compirà le azioni spietati nella fase finale del film.
Il resto del cast viene utilizzato pochissimo nonostante l'ampio talento a disposizione, da Aaron Paul (yeah bitch) a Ben Kinglsey, passando per John Turturro (inguardabile con testa rasata e trucco) e Sigourney Weaver (che appare in mezza scena).
Tutti questi fattori contribuiscono a una prima metà di film a dir poco claudicante, con un ritmo lento che non contribuisce per nulla a rendere la giusta ed epica atmosfera che si addice a un racconto biblico.



Fortunatamente la situazione migliora nella seconda parte della pellicola, quando Mosè viene esiliato da Ramses dopo che questi ne ha scoperto le origini ebree. Bale è ottimo a dare al profetico protagonista una connotazione umana (e anche un po' badass), soprattutto durante il suo travagliato periodo nel deserto e poi nel villaggio in cui troverà moglie. Un'altro punto a favore del film è la rappresentazione di Dio che, accanto al canonico rovo incendiato, appare come un bambino: una scelta convincente, che ci mostra la divinità con un tono quasi capriccioso e vendicativo (in linea con le piaghe con cui punirà gli egiziani).
Mosè, dopo l'incontro con Dio, torna dunque in Egitto e negozia con Ramses la liberazione degli ebrei. Ma il faraone è ovviamente inamovibile. Per fargli cambiare idea ci vorranno una sanguinaria rivolta degli ebrei e le terribili piaghe, rappresentate in modo piuttosto violento e convincente (oltre ad avere una sorta di spiegazione scientifica). 



Le sequenze finali del film vedono gli egiziani, guidati da un Ramses pentitosi di aver liberato gli Ebrei, all'inseguimento degli ex schiavi. Arriva dunque l'immancabile divisione del Mar Rosso (in questo caso meno convincente con l'uso di CGI), che salva gli Ebrei e distrugge l'armata del faraone. Inizia così la lunghissima peregrinazione attraverso il deserto del Sinai, fino alla Terra Promessa.
Dalla spiegazione delle piaghe e della divisone delle acqua (causata da uno tsunami) è evidente l'impostazione quasi-agnostica di Scott. Un approccio interessante, così come l'abbastanza convincente seconda parte del film, che però non bastano a riscattare un kolossal biblico troppo scialbo per durare ben 150 minuti.
Si tratta (purtroppo) dell'ennesimo capitolo dello Scott moderno, senza il giusto mordente e non in grado di appassionare.
Ridley, sappiamo che puoi fare di meglio. The Martian, uscito quest'anno, è lì a dimostrarlo. La speranza è che nei prossimi (annunciati) sequel di Prometheus il regista confermi di aver definitivamente trovato l'antica verve.

La dedica finale è al fratello Tony Scott, che si è tragicamente tolto la vita nel 2012.

Voto: 5,5

Ant-Man


Anno: 2015
Regia: Peyton Reed
Cast: Paul Rudd, Evangeline Lilly, Michael Douglas, Corey Stoll, Michael Pena, Bobby Cannavale

Ant-Man è il film più piccolo del Marvel Cinematic Universe. In tutti i sensi. A partire del protagonista, Scott Lang, che si ritrova un uomo in grado di ridursi alle dimensioni di una formica. Ma Ant-Man è anche il film con il più basso budget del MCU (pienamente ripagato dagli ottimi incassi) e il film più "piccolo" nelle intenzioni. Siamo stati abituati dalla Marvel a vedere battaglie decisive per il destino della Terra tra i grattacieli di New York, costantemente sospese tra l'epica e la baracconata, tra effettoni speciali roboanti e supereroi gradassi. Invece l'obiettivo microscopico di Ant-Man è diretto molto più in basso, puntando a una storia leggera e intima come non se ne vedevano da tempo in casa Marvel.
Da non-lettore di fumetti, mi aspettavo che i toni del film fossero questi: parrebbe difficile, infatti, rende un uomo-formica protagonista di una vicenda "dark" e seriosa.
Lo stesso deve aver pensato la Marvel, che ha chiamato quel geniaccio di Edgar Wright (a cui dobbiamo la Trilogia del Cornetto e Scott Pilgrim) a dirigere e scrivere, insieme all'amico Joe Cornish (Attack the Block), la storia di Ant-Man.
Nel 2014, però, Wright ha lasciato la regia per divergenze creative con la produzione, pur rimanendo accreditato insieme a Cornish per la sceneggiatura. A sostituirlo dietro la macchina da presa è arrivato Peyton Reed, mentre Adam McKay e Paul Rudd hanno lavorato sulla sceneggiatura.


Oltre al dispiacere per un regista che adoro come Wright, è evidente che il film risente di questa produzione travagliata. La mano dell'autore di Shaun of the Dead e Hot Fuzz è ben visibile nelle sequenze più umoristiche del film, sia a grandezza naturale sia microscopica (lo scontro finale in mezzo al trenino giocattolo, tipico esempio della "visual comedy" di Wright).
Ma l'obiettivo microscopico di Ant-Man risulta evidentemente anche un'arma a doppio taglio, soprattutto per quanto riguarda la parte del film che dovrebbe comunque avere toni più seri: le intenzioni del villain. Corey Stoll (il Pete Russo di House of Cards) è all'altezza del compito, al contrario della sceneggiatura che presente qualche buco di troppo e non sembra creare azioni e motivazioni convincenti intorno al cattivo di turno.
Non tutte le sequenza d'azione, inoltre, sembrano funzionare alla perfezione, rischiando di sfociare nel (troppo) ridicolo in alcuni casi. In questi casi il rimpianto per l'abbandono di Wright si fa sentire.
E, tornando alle "divergenze creative" con la produzione, pare che il regista di Shaun of the Dead non volesse pagare il canonico tributo al MCU inserendo scene di collegamento con le altre pellicole (oltre all'ormai immancabile scena nei post-credits). Il tutto per promuovere ovviamente il prossimo attesissimo Civil War. Quindi non possiamo che dare ragione a Wright anche in questo caso, anche perchè lo scontro con Falcon risultato piuttosto forzato e distaccato dallo stile del film.


Ant-Man svolge piuttosto bene il proprio lavoro regalandoci per una volta una vicenda piccola (appunto), che porta un po' di freschezza nel MCU dopo il fracassone e in parte deludente Age of Ultron.  Ant-Man, interpretato da un convincente e affabile Paul Rudd, non deve salvare il mondo ma "solo" impedire le intenzioni criminali-militari di un industriale megalomane. Ma soprattutto deve salvare se stesso, provando a riconquistarsi l'affetto della figlia. 
Ant-Man punta a un obiettivo microscopico, quasi modesto, raggiungendolo nonostante qualche passo. Non resta che chiedersi: cosa sarebbe potuto essere questo film con Edgar Wright dietro la macchina da presa? Probabilmente l'ennesimo gioiello della carriera del regista inglese.
Con Wright epurato, ci si deve "accontentare" di un film che ha comunque un bel sapore di leggerezza e di intimità: due qualità a volte sacrificate sull'altare Marvel in favore di battaglie supereroistiche tanto esplosive visivamente quanto fredde emotivamente.

Voto: 6,5

Mission: Impossible - Rogue Nation



Anno: 2015
Regia: Christopher McQuarrie
Cast: Tom Cruise, Rebecca Ferguson, Jeremy Renner, Simon Pegg, Ving Rhames, Alec Baldwin, Sean Harris

Tom Cruise È Mission: Impossible. E Mission: Impossible È Tom Cruise.
Nel 1996, nel pieno della sua carriera, Cruise scelse Brian De Palma per dirigere l'adattamento cinematografico dell'omonima serie TV andata in onda in USA a cavallo tra gli anni '60 e gli anni '70. Il primo Mission: Impossible lanciò definitivamente il buon Tom ai piani altissimi di Hollywood e fruttò al troppo bistrattato maestro De Palma il maggior incasso della sua carriera. E rimane, a parere di chi scrive, il migliore film della serie.
Oggi, a vent'anni di distanza e dopo altri tre seguiti più (M:I: III, Ghost Protocol) o meno (M:I II) riusciti, il franchise è arrivato al quinto capitolo. Cruise, grazie soprattutto a questa serie, ha cementato la sua legacy come una delle action star di maggior successo della storia del cinema entrando nell'immaginario collettivo tanto quanto il Bruce Willis di Die Hard.
E il successo, di Cruise e di Mission: Impossible, non intende fermarsi. Chiaro, Cruise ha partecipato anche ad altri film di successo e anche di un più elevato spessore autoriale (Magnolia, Eyes Wide Shut, Minority ReportCollateral).
Ma è proprio Mission: Impossible ad avergli conferito definitivamente successo e riconoscibilità a livello mondiale, oltre ai guadagni economici astronomici (per Forbes è il sesto attore più pagato al mondo con 40 milioni di dollari nel 2015).


Cruise non ha mancato di far parlare di sè con apparizioni televisive quantomeno bizzarre (i famosi salti sul divano di Oprah) o le controversie legate alla sua associazione con Scientology.
Ma Tom è sempre rimasto lì, al top di Hollywood, macinando successo dopo successo. Scena d'azione dopo scena d'azione, facendo sostituire il meno possibile dagli stuntmen (sì, anche nella scena nella foto soprastante).
Quindi com'è questo Rogue Nation? Proprio come il precedente Ghost Protocol, è un blockbuster estivo che soddisfa perfettamente le premesse della vigilia. Azione a perdifiato, uno sforzo di materia grigia non così necessario per lo spettatore, sequenze altamente spettacolari e visivamente impressionanti: tanto divertimento estivo e non troppo cervellotico (anzi).
E c'è tanto Tom Cruise. Troppo, forse. Il cast di supporto è piuttosto ampio e talentuoso, dalla new entry Rebecca Ferguson alle vecchie conoscenze come Simon Pegg, Jeremy Renner e Ving Rhames. Ma è Tom a dominare la scena. Il film, come tutto il franchise, è nelle sue mani ed è l'ennesima occasione per mettersi in mostra (a partire dall'ormai celebre stunt di Cruise aggrappato all'aereo) e ricordare chi è la vera action star dell'era moderna.


Dunque si sarebbe potuto sfruttare di più il supporting cast (oltre alla brava e affascinante Ferguson), a partire da quel Simon Pegg che nel terzo e quarto capitolo aveva portato un'aria di freschezza non da poco ma che qui viene spesso relegato in secondo piano. Così come Renner e Rhames, che appaiono solo per qualche scena dal gusto comedy usata per spezzare l'azione.
Si sarebbe potuto lavorare meglio su un villain non troppo convincente, nonostante il solito piano megalomane e diabolico che minaccio il mondo intero. 
Ma Rogue Nation, come il resto della serie, è questo: prendere o lasciare. Intrattenimento puro, divertimento da godersi spegnendo il cervello, azione over-the-top, senza aggiunte significative o passi in avanti per un franchise che funziona benissimo così com'è. Non chiedete più di questo a Tom e a Mission: Impossible.

Voto: 6,5


Inside Out


Anno: 2015
Regia: Pete Docter & Ronaldo Del Carmen
Doppiatori originali: Amy Poehler, Phyllis Smith, Lewis Black, Bill Hader, Mindy Kaling, Diane Lane, Kyle MacLachlan, Richard Kind

Quando si tratta di giocare con le emozioni del pubblico, sono in pochi ad avere eguali con la cara vecchia Pixar. Già Toy Story, il primo lungometraggio firmato Pixar, nel 1995 rappresentò uno dei massimi punti dell'animazione moderna. Al di là del lato tecnico (impressionante per l'epoca), la grandezza della pellicola era quella di raccontare una storia valida sia per il pubblico più giovane che per quello più adulto. Di fatto Toy Story era una meravigliosa storia sulla crescita, sul passaggio dall'infanzia all'adolescenza, distaccandosi metaforicamente dai giocattoli come Woody e Buzz.
Ebbene, a distanza di vent'anni, la Pixar confeziona un film in grado di emozionare come e più dell'originale Toy Story.
Inside Out è diretto da Pete Docter, a cui dobbiamo due pezzi da novanta come Monsters & Co. e Up, e ha letteralmente delle emozioni come protagonisti. Gioia, tristezza, rabbia, disgusto e paura gestiscono una console all'interno della mente della "reale" protagonista Riley. Le emozioni interagiscono tra loro e in alcuni casi una di esse prende il sopravvento, a seconda dell'evento che sta vivendo la bambina. Riley, raggiunti gli 11 anni, è costretta ad abbandonare il nativo e rurale Minnesota per trasferirsi a San Francisco per gli impegni lavorativi del padre.
La situazione peggiora: Riley, e quindi le sue emozioni, vedono tutto in modo tremendamente negativo. Solo l'affetto dei genitori e gli impulsi ottimistici di Gioia salveranno la situazione dal precipitare ulteriormente. Incombe però Tristezza, che rende blue i ricordi d'infanzia legati al Minnesota complicando l'ambientamento di Riley in una metropoli così grande e minacciosa. In seguito al tracollo emotivo durante il quale Riley piange in classe (una delle peggiori esperienze ever per un bambino), il caos nella mente porta Gioia e Tristezza a separarsi dal resto delle emozioni. Dovranno passare attraverso il labirinto della Memoria a lungo termine per tornare alla console, mentre i loro tre "colleghi" non sembrano in grado di gestire al meglio la vita di Riley.


Inizia così un'avventura mentale che coinvolge Gioia e Tristezza, mostrandoci tutta la potenza immaginifica della Pixar nel rappresentare la mente umana: la già citata Memoria, il Pensiero Astratto, i sogni e il vecchio amico immaginario di Riley. Quest'ultimo, Bing Bong, avrà un ruolo fondamentale nell'aiutare le due emozioni a tornare alla console per aiutare Riley. La situazione della bambina intanto continua a peggiorare. Nascono i primi conflitti con i genitori e Riley tende ad isolarsi e a cercare una soluzione lontano dalla famiglia, progettando addirittura una fuga da casa. Il tutto sempre ben simboleggiato dalle animazioni Pixar: le isole della Personalità crollano e la console emotiva si spegne. Riley è ormai apatica. Ma grazie all'estremo sacrificio di Bing Bong (indubbiamente il momento più strappalacrime del film), Gioia e Tristezza riescono a tornare alla base. Sarà Gioia a capire come salvare la situazione, riconoscendo a Tristezza la giusta importanza e lasciandole rendere blue tutti i ricordi base di Riley. La bambina abbandona così il progetto di fuga, sfogandosi emotivamente e piangendo davanti ai genitori. L'affetto dei cari è la cura definitiva per la Riley, che è ormai è davvero cresciuta.


Inside Out racconta un processo, una fase della vita che tutti abbiamo attraversato. Le insicurezze, le paure (di una nuova città, di una nuova scuola, di perdere chi si ama) possono sembrare ostacoli altissimi da superare. Ma questi non sono affatto insormontabili: vanno affrontati direttamente, senza fuggire, senza trattenere le emozioni e provare a isolarsi. Nascondere se stessi e le proprie emozioni è un grave errore e, quando ne capiamo l'importanza, possiamo dire di essere cresciuti. Anche al costo di sacrificare definitivamente e malinconicamente l'innocenza tipica dei bambini. Infatti il film si chiude ovviamente con una nota positiva, con Riley ormai adolescente e in grado di affrontare la vita, ma ci sarà sempre la mano di Tristezza a creare un alone un po' bluePerchè in Inside Out si ride (in alcuni casi tanto) ma il senso di malinconia che si prova è continuo, soprattutto per chi ha già superato il confine tra infanzia e adolescenza. Per chi è già stato costretto ad abbandonare Bing Bong. Ecco perchè nella parte finale la Tristezza nella nostra mente renderà quasi impossibile trattenere le lacrime. Quindi perchè farlo?

Voto: 9


lunedì 24 agosto 2015

Predestination


Anno: 2014
Regia: Michael & Peter Spierig
Cast: Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor, Elisa Jansen, Freya Stafford, Jim Knobeloch

Un agente segreto (Ethan Hawke) è incaricato di tornare indietro nel tempo per sventare un terribile crimine e salvare migliaia di vite umane. L'obiettivo, in particolare, è dare la caccia al misterioso "fizzle bomber" che nel 1975 ha compiuto un devastante attentato a New York. Mentre è sotto copertura in un bar della Grande Mela, però, l'agente incontra una persona con una storia decisamente particolare.

La premessa del film è sicuramente piuttosto classica, rifacendosi al concetto stra-abusato dei viaggi del tempo e alla possibilità di tornare nel passato per cambiare il corso della storia. Ma in questo caso la premessa viene accantonata dopo pochi minuti.
Il nostro protagonista, infatti, incontra in un bar di New York un misterioso uomo che promette di raccontare una storia incredibile.

Emerge sin da subito una verità importante: l'uomo, ora conosciuto come John, era un tempo una donna di nome Jane (Sarah Snook). La storia ci viene raccontata mediante un lungo flashback che occupa la prima metà della pellicola, facendo immergere in una storia complessa e in grado di farci temporaneamente dimenticare della premessa del film. Un espediente coraggioso e non banale, che mantiene (troppo?) basso il ritmo del film ma che riesce comunque a coinvolgerci nelle vicende di John/Jane.
Ad ogni modo, senza dispensare grossi spoiler, a fine racconto la sensazione che l'incontro tra i due non fosse casuale viene confermata. Il barista rivela di essere un agente del tempo a John e la storia del "fizzle bomber" torna prepotentemente alla ribalta. Da qui in avanti ci vengono gradualmente rivelati i misteri irrisolti della prima parte del film, in un crescendo di colpi di scena a "matrioska". In questo senso il film è simile a Memento: ogni minuto che passa apprendiamo qualcosa in più sulle scene avvenute in precedenza, che vengono rivalutate in un'ottica completamente diversa. Fino ad arrivare alla grande rivelazione finale (però non così imprevedibile), che unisce tutti i punti lasciati irrisolti fino a quel momento.
I minuti finali del film sono indubbiamente uno dei più classici "mindfuck", con una grande accelerazione di ritmo rispetto alla prima metà della pellicola. Ecco, uno dei problemi di Predestination a mio parere è proprio qui: non trovare un giusto bilanciamento tra le due metà del film, lasciando la sensazione che le rivelazioni del finale siano troppo brusche e non completamente esplorate, affidandosi invece a qualche spiegone di troppo. Il rischio, con una seconda parte così accelerata, è infatti che i tanti piani temporali e i numerosi paradossi finiscano per confondere lo spettatore.


Predestination è quindi un lavoro indubbiamente ambizioso e non può non presentare pecche. Ma risulta comunque una pellicola di fantascienza riuscita, nonostante un tema principale stra-abusato.
I fratelli Spierig presentano un ottimo film, girato con un budget non certamente alto e con una fotografia di grande stile che cambia a seconda dei diversi "tempi" visitati dal protagonista.
Anche le performance dei due protagonisti sono degne di nota: Ethan Hawke non è più una sorpresa, mentre una poco conosciuta Sarah Snooke in grado di trasformarsi nel corso del film si rivela una grande scoperta.

In conclusione, nonostante un tema stra-abusato e un ritmo non perfettamente bilanciato nelle sue due metà, Predestination è una bella boccata d'aria fresca nel panorama della fantascienza moderna. Sopratutto di quella che tratta viaggi nel tempo, che qui contribuiscono a creare un intreccio continuo tra piani temporali e paradossi. Un intreccio intricato e intrigante, avanti e indietro, tra il passato da modificare e il futuro da salvare, un loop infinito. Proprio come il più volte citato serpente che si morde la coda: il simbolo della ciclicità e dell'eterno ritorno, che coinvolge il protagonista. 
Probabilmente stordito da questa serie di (s)balzi temporali, da quando ho visto il film ho una domanda che continua a rimbalzarmi in testa: è nato prima l'uovo o la gallina?

Voto: 7,5


venerdì 3 luglio 2015

Jurassic World


Anno: 2015
Regia: Colin Trevorrow
Cast: Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Vincent D'Onofrio, Ty Simpkins, Nick Robinson, Jake Johnson, Omar Sy, BD Wong


"Monster is a relative term. To a canary, a cat is a monster. We're just used to being the cat."

Jurassic World è realtà: dopo oltre vent'anni dai disastri di Isla Nublar, un parco con protagonisti i dinosauri ricreati in laboratorio è aperto al pubblico e sta avendo un enorme successo. 
Dopo anni, però, il pubblico,inizia ad essere addirittura assuefatto dai dinosauri e l'entusiasmo inizia a scemare. I visitatori vogliono di più, vogliono nuovi dinosauri, più grossi e pericolosi.
La soluzione non tarda arrivare: creare un ibrido genetico, un nuovo dinosauro che sappia soddisfare le esigenze del pubblico. Nasce così l'Indominus Rex che appare sin da subito estremamente aggressivo e intelligente. Anche troppo, visto che l'Indominus trova il modo di fuggire scatenando il caos all'interno del parco. Rimarranno coinvolti i giovani Zach e Gray, insieme alla zia Claire (responsabile del parco) e all'ex marine Owen Grady.


Le premesse di JW sono abbastanza buone: meno scontate del previsto, più sensate di Jurassic Park III e forse anche più intriganti del secondo capitolo della saga. Il tema dell'assuefazione del pubblico ai dinosauri mi è sembrato infatti molto interessante, facendo scaturire una riflessione che può essere allargata alla realtà in cui viviamo.Oggigiorno siamo talmente abituati alla computer grafica e agli effetti speciali, che essi non ci sorprendono più all'interno di un film. Vogliamo sempre più spettacolo e più innovazione, stanchi di quello che una volta vedevamo come clamorose novità. Esattamente come succede ai visitatori di Jurassic World.
Dal '93 ad oggi sono passati 22 anni e innumerevoli blockbuster che hanno fatto uso massiccio di effetti speciali. Siamo diventati come i visitatori di Jurassic World, incapaci di provare meraviglia perchè ormai siamo "abituati" agli effetti speciali e alla computer grafica. Ne è un perfetto esempio il confronto tra il primo Jurassic Park, ricco di effetti speciali ma anche degli amati animatronics, e questo quarto capitolo.
La riflessione del film sul rapporto pubblico-spettacolo, però, porta inevitabilmente a un difetto della pellicola stessa: non c'è più il senso di scoperta e di sorpresa del primo film, anche perchè è il regista stesso a non farci provare queste sensazioni. In Jurassic Park i primi a vedere i dinosauri insieme a Hammond mostravano tutto il proprio stupore per il magico incontro con i giganti vissuti 65 milioni di anni fa. In Jurassic World i visitatori sono, appunto, abituati ai dinosauri che finiscono così con il perdere gran parte del loro fascino anche per noi spettatori. 



La scelta di Trevorrow, alla luce di quanto detto finora, è quasi inevitabile. Jurassic World si presenta però sicuramente con un sequel più intelligente del terzo (e forse anche del secondo) capitolo, pur rimanendo un film smaccatamente furbo.Ne sono un esempio i numerosi (e doverosi) omaggi ai primi film della saga, con un particolare occhio di riguardo al capostipite della serie. Dalla maglietta di Jurassic Park acquistata su Ebay alle iconiche jeep, dall'apertura del portone del parco al visore notturno, e così via tra citazioni e riferimenti.
Si tratta chiaramente di un modo per strizzare l'occhio ai fan della saga, non senza qualche esagerazione che rischia di far andare fuori strada questo Jurassic World. La sensazione di già visto (ancora il discorso sull'assuefazione) è presente in diverse scene, ma risulta comunque divertente soprattutto per gli aficionados. 
La trama, dalla fuga dell'Indominus Rex in poi, cade inevitabilmente in una serie di clichè tipici dei blockbuster estivi come ben dimostra la fuga di Claire in tacchi a spillo. In aggiunta ciò, ma mi sembra di pretendere troppo da un blockbuster estivo, la caratterizzazione di certi personaggi lascia abbastanza a desiderare e risulta fin troppo stereotipata (qualcuno ha detto Claire?),
Mancano, inoltre, quelli stratagemmi e quelle intuizioni presenti nel primo film che sono rimaste scolpite nel nostro immaginario (basti pensare alla primissima entrata in scena del T-Rex). 

Colin Trevorrow, al suo secondo lungometraggio, ci offre comunque quello che ci aspettavamo dall'annuncio di un quarto capitolo: tanti dinosauri, tanta azione da blockbuster e citazioni nostalgiche dei precedenti film. Un lavoro onesto e divertente, nonostante ormai (inevitabilmente?) la magia presente negli anni '90 sia andata persa.

Voto: 6,5

giovedì 2 luglio 2015

Mad Max: Fury Road


Anno: 2015
Regia: George Miller
Cast: Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult, Hugh Keays-Byrne, Rosie Huntington-Whiteley, Zoe Kravitz, Riley Keough, Abbey Lee

"As the world fell, each of us in our own way was broken. It was hard to know who was more crazy: me or everyone else."

In un mondo arido e post-apocalittico, l'ex poliziotto Max Rockatansky (Tom Hardy) viene catturato dai War Boys, un folle gruppo di seguaci di Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne). Quest'ultimo è il leader della Cittadella, in cui razionando la preziosissima acqua tiene soggiogata la propria popolazione. Joe indossa una maschera, è decisamente malato e si serve di cinque mogli per riprodursi e proseguire la stirpe dei War Boys. Oltre ai suoi ragazzacci, Joe si serve dell'Imperatrice Furiosa (Charlize Theron) per recuperare il carburante, altro bene fondamentale in questo distorto futuro.
Nella sua nuova spedizione, Furiosa ha però altre intenzioni: fuggire verso il green place in cui viveva da piccola con le cinque mogli (tra le quali la splendida Rosie Huntington-Whiteley) di Joe. La reazione di questi è immediata: egli stesso si lancia all'inseguimento dell'Imperatrice, coadiuvato dai War Boys. Uno di questo, Nux, è gravemente malato, quasi in fin di vita, e sfrutta il nostro Max come un continuo "donatore" di sangue. Inizia così una spietata e frenetica caccia alla fuggitiva Furiosa.



Partiamo da questo presupposto: anche se Mad Max fosse "solo" un film d'azione post-apocalittico, sarebbe un grandioso esponente di questo genere.
Fotografia, suono, effetti speciali e trucchi sono decisamente di alto livello, consegnandoci così un film visivamente splendido. Il tutto accompagnato dalla dinamica ed energica regia di George Miller che, dopo 36 anni dalla nascita di Mad Max e un carriera quantomeno particolare (un Oscar vinto, Babe e Happy Feet rientrano nel suo curriculum), decide di tornare alle origini.
A livello di cast, è la Theron a dominare la scena con la sua Furiosa di nome e di fatto. Hardy (che il sottoscritto adora) è molto più silenzioso della co-protagonista, ma rappresenta comunque una presenza di spessore per tutta la durata del film.

Ma Mad Max è molto più di questo.
Innanzitutto, il mondo post-apocalittico. Miller costruisce il suo universo cinematografico in pochi minuti, man mano che il film prosegue e senza quasi mai fermare l'azione. Ci presenta i cardini di questo mondo del futuro e i personaggi principali con una serie di immagini spettacolari, capaci di rimanere impresse sin da subito nelle nostre menti. Anche grazie all'introduzione, breve ma tremendamente d'effetto, recitata dalla voce di Tom Hardy.
Una caratteristica importante di questo mondo sono le risorse. La scelta di rappresentare l'acqua come una risorsa che scarseggia e che è controllata da pochi è un tema importante e neanche troppo futuristico. Le "guerre dell'acqua", la corsa per l'accesso alle risorse idriche, esistono da sempre e sono d'attualità ancora oggi in più parti del mondo. L'acqua è un bene estremamente prezioso: sembra quasi banale affermarlo, ma non sempre ci rendiamo conto di questa verità. Almeno non finchè l'acqua non viene a mancare, come accade alla popolazione della Cittadella.



L'altro tema caro a Miller è proprio l'ambientalismo: non sprecare nè abusare delle risorse del nostro pianeta è un concetto importantissimo. Un consiglio che probabilmente è stato ignorato dall'umanità e che ha portato il mondo a ridursi nello stato mostratoci da Miller: basti vedere il destino del green place, anch'esso ormai corrotto e contaminato.
Infine, il terzo e importante tema affrontato nel film è quello del ruolo delle donne nella società. Immortan Joe è interessato solo al loro apparato riproduttivo per prolungare la propria stirpe, non prova affetti (emblematica la scena della morte della moglie con il figlio in grembo). Furiosa e le cinque moglie, però, non ci stanno: si ribellano e partono alla volta del green place, alla ricerca di una fuga da un mondo corrotto e distrutto dagli uomini. Ora è il loro turno, tocca a loro prendere controllo della società e provare a riparare questo mondo. Sono loro infatti ad ascendere con la piattaforma nella scena finale, guidate da Furiosa e senza Max.

Azione scoppiettante e spettacolare, temi importanti e un comparto narrativo di tutto rispetto. George Miller torna alle origini e porta a scuola i filmmaker di nuova generazione nonostante abbia appena spento 70 candeline.
What a lovely movie.

Voto: 8,5

Any Colour You Like

Il titolo di una canzone strumentale dei Pink Floyd: sarà questo il titolo del blog.
Si tratta di una canzone da un album leggermente conosciuto come "The Dark Side of the Moon", pubblicato nel 1973 da quello che è il mio gruppo preferito all-time. "Dark Side" non è l'album che amo di più dei PF, ma è innegabile riconoscerne l'importanza storica (e commerciale). Il pezzo mi piace, pur non essendo tra i migliori dell'album, e funge un po' da collante rispetto alle altre tracce.
La scelta del pezzo è comunque abbastanza profonda, con significati abbastanza precisi (o almeno credo).
Innanzitutto si tratta, banalmente, di descrivere gli argomenti di cui parlerò: any colour. Qualsiasi colore, qualsiasi argomento che mi passerà per la testa. Mi piace scrivere (il che non include necessariamente la capacità di saperlo fare, anzi), mi piace buttare giù i miei pensieri e leggerli.
Ovviamente ho già in mente quali argomenti tratterò: cinema, serie tv, musica, basket, senza dimenticare qualche considerazione più generale (e magari profonda) meno legata ai miei hobby.

Della frase "Any Colour You Like", però, amo anche il significato che portò i Pink Floyd a sceglierla come titolo di una loro canzone. Legandosi anche alla celebre frase di Henry Ford sui colori delle macchine, i PF ci fanno riflettere sulla reale mancanza di scelte nella nostra vita. E, soprattutto, sulla paura di scegliere. Una paura, un blocco che io ho sperimentato più e più volte nel corso della mia vita.
Sono riuscito a vincerla? Sì, perchè prima o poi tutti dobbiamo superare una fase di "scelta".
Sono riuscito a vincerla con risultati positivi? Non sempre.
Chissà, magari scriverò qualche a riguardo di queste mie scelte.

Vi lascio con le tastiere di Richard Wright e la chitarra di David Gilmour, anche se io amo Roger Waters. Ciao!